13/10/14 – “Architettura del reale come strumento sociale”

L’Associazione Flavio Beninati è lieta di annunciare che lunedì 13 ottobre 2014 alle ore 18 avrà luogo, presso la propria sede di via Quintino Sella 35 (PA), la conferenza dell’architetto Giovanni Lucentini dal titolo “Architettura del reale come strumento sociale”.

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LUNEDÌ 13 OTTOBRE 2014 | ORE 18,00 | VIA QUINTINO SELLA 35 – 90139 PALERMO


 

 

 

ARCHITETTURA DEL REALE COME STRUMENTO SOCIALE

 

La mia relazione vuole inquadrare quello che, pur essendo sempre stato un fenomeno ricorrente e tranne forse negli anni 60 70 (molte immagini saranno tratte da opere di Arman che dimenticato in un mondo ufficiale occidentale che vede male le opere che rappresentano la coscienza collettiva come in uno specchio) è sempre stato minoritario nella storia (in realtà in alcune considerazioni è facilmente dimostrabile che molto di quello a cui noi attribuiamo un senso superficiale estetico o etico o morale o religioso in realtà contiene i sintomi di una condizione umana nascosta molto profonda), fenomeno dell’architettura del reale che è diventato nell’ultimo periodo un fenomeno non più emergente ma prevalente della cultura internazionale, quel sistema di azioni, non esclusivamente di costruzione di oggetti architettonici reali e permanenti, che generalmente si definisce con un termine comune come Architettura del Reale. Di questo fenomeno evidenzierò in un quadro generale una scelta di progetti rappresentativi delle varie tendenze da me fatta, sulla base di una lettura pluriennale dei risultati del sistema dei premi internazionali degli ultimi anni.

 

DEFINIZIONE GENERALE

L’architettura del reale nel 2011 è stata definita come fenomeno di azioni in atto ormai non più come semplice sintomo in una relazione che era il cappello di una pubblicazione dell’accademia di Gerusalemme, In questo scritto a cura di Dan Handel (dove si analizzava il fenomeno invitando 12 studi, ricercatori, filmaker (selezionati con un bando internazionale) a presentare la loro idea di architettura del Reale e nel quale il nostro studio si era proposto ed era stato invitato come unico studio europeo) si affermava;

“L’architettura può funzionare senza preconcetti? Questa era la domanda con cui abbiamo cercato di delineare il quadro del realismo architettonico. Inizialmente, questa domanda è cresciuta di interesse per una idea, una volta già sperimentata con l’arte israeliana, cioè, che la modernizzazione straniante può essere contestata da un realismo sociale, che si immagina e si intreccia con i moti popolari e che rappresenta un pubblico nuovo. Da un altro punto di vista, il realismo è apparso rilevante per noi come un approccio che pone la reazione alle condizioni reali alla base del suo funzionamento. Questa idee, che l’architettura può svolgere un ruolo nell’influenzare gli eventi pubblici, è stata messa in una nuova luce dalla sequenza degli eventi (della primavera araba). Dalla statua di Pearl Square nel Bahrain demolita, al riappropriarsi degli spazi modernisti di Bengasi, l’architettura è stata spinta alla ribalta ed è diventata sia il campo di battaglia sia l’arma per ripensare la politica. È stata costretta, in altre parole, nel reale.

In un momento in cui l’architettura cessa di agire come un semplice sintomo, e serve a forgiare la lotta sia contro le città sia contro l’amministrazione pubblica, il compito di questi architetti è già delineato a diventare più urgente e più reale, rispetto a prima.”

Da molto tempo l’architettura del reale sta crescendo diventando, come era scritto in quel testo, fenomeno complesso e che ha suoi portavoce autorevoli e non è più un sintomo ma avendo avuto un accelerazione costante portata dalla crisi economica globale e più ancora dalla crisi dagli spostamenti di ricchezza economica tra le fasce sociali. E’ diventato un fenomeno prevalente e sempre più diffuso.

Un numero sempre più alto di architetti si sono affermati nel mondo legati al fenomeno realista nelle loro opere migliori, alcuni sono stati vincitori di premi internazionali di prima grandezza (pensiamo ai due premi europei dell’architettura del 2012 e 2013 del Chicago Atheneum conferiti a Tyen Tegnestudue e Marco Casagrande, al Pritzker a Shigeru Ban del 2014, Al premio MPIM future assoluto a Sanjai Puri nel 2014 (assieme ad un numero sempre più alto di premi conferiti allo stesso studio tra cui sei al worldarchitecture festival record del premio), al Leone d’oro dato a Ishigami (Biennale di Venezia 2010) ma anche a Sou Fujimoto (un architetto che riprende molto degli archigram e dei metabolisti) nel gruppo degli architetti del leone d’oro del 2012, al successo di architetti di tutto il mondo legati al recupero del senso di appartenenza regionale (anche il nostro Beniamino Servino seguace non acritico di Lebeus woods), alla vittoria assoluta del gruppo vietnamita a21 del world architecture festival, all’esplodere del fenomeno della Street art e di gruppi come i Basurama spagnoli dell’estetica dell’abbandono e del rifiuto come valore di recupero sociale di una comunità, a manifestazioni come Emme Tres a Barcellona o Favara Farm in Sicilia e fenomeni analoghi nel mondo che recuperano il valore dell’azione sociale collettiva.

Lo stesso tema dell’architettura senza architetti della biennale di Architettura di Venezia di Rem Koolhaas del 2014 (anche se li siamo nel termine radical Chic fricchettone perché il concetto viene espresso con lo snobbismo di una star che riduce il linguaggio a zero ma propone un tema senza dare spazio ad un nuovo tema che con più attenzione avrebbe potuto proporre poiché esiste un nuovo linguaggio internazionale), è un elemento importante di questo nuovo modo di pensare, Gli architetti internazionali del periodo dell’architettura delle archistar esaurita la loro capacità di costruire forme sempre più tecnologicamente avanzate e costose, resosi conto che siamo arrivati alla fine di un percorso smontano le architetture e azzerano il loro linguaggio poiché non possono andare più avanti per quella strada, perché non possono stupire oltre se non ripetendo se stessi in forme sempre più stanche.

L’architettura quindi torna al nastro di partenza e riprende dalla costruzione degli elementi, dal linguaggio semplice degli oggetti che compongono l’architettura e ripercorre una via che porta al recupero della tradizione, del valore sociale, dell’azione a partire dagli elementi che devono esprimere un nuovo linguaggio. L’architettura chiede di esprimere un nuovo linguaggio che ritorni a parlare dell’uomo e della sua attività nel mondo.

C’è da premettere che la pubblicazione dell’architettura realista in Israele è stata realizzata da un allievo di Rem Koolhaas e molti degli architetti pubblicati sono allievi di primo piano dello stesso architetto, quindi c’è sempre stato un nesso tra la sua attività e quella realista e forse l’azione di scomposizione degli oggetti serve ad esprimere un nuovo valore, sono gli oggetti che ricomponendosi realizzeranno una nuova architettura. Per il resto penso che se Koolhaas avesse deciso di guardare l’estetica di queste nuove composizioni per giustapposizione di elementi tecnologici e scarti (Beniamino Servino ha contemporaneamente pubblicato un immagine di una casa fatta con resti e scarti e in effetti ha ragione) che si trovano in moltissime favelas, architetture dei paesi emergenti e comprendere che già la scomposizione dell’architettura per elementi ha prodotto una nuova architettura, avrebbe evitato quello sguardo dall’alto snob e ruffiano che oggi il mondo reale non necessita.

In un istante di un tempo qualsiasi l’architettura realista contiene le azioni che pur non avendo a volte avuto un azione progettuale analoga si sono inserite come elementi partecipanti alla memoria e della società e che sono diventati parte del luogo;

Contiene anche gli elementi non presenti del luogo ma che ne costruiscono la memoria immateriale. L’azione di disvelamento ha un forte impulso sociale rappresenta la riconquista della memoria e quindi dell’appartenenza, questo avviene sia per i luoghi sia per le persone. Immagini emblematiche sono quelle della riconquista delle piazze durante la primavera araba.

 

SVILUPPO

La prima domanda che ci si pone è quale è la portata del fenomeno dell’architettura del reale e la sua influenza nella società;

A questa domanda cercherò di dare una spiegazione a partire dalla considerazione che l’architettura del reale realizza la sua azione, non come singolo atto formale, ma come sistema di azioni in grado di coinvolgere tutti i settori della realtà in un equilibrio dinamico, e pone come base della sua azione la società, la realtà concreta e la sua rappresentazione all’interno del dibattito politico sociale e culturale.

Definire equilibrio dinamico significa che ogni azione dell’uomo è già architettura se avviene in uno spazio definito e lo trasforma in maniera materiale o immateriale. Il concetto è semplice, riguarda anche l’economia, se 3 persone si muovono in uno spazio quadrato 5×5 metri le loro azioni saranno limitate da quella geometria e le loro relazioni saranno sempre limitate dall’impossibilità di separarsi visivamente, se le stesse persone si muovono in una piazza le loro azioni saranno condizionate dall’incontro con molti altri uomini, se si troveranno nel castello di Versailles si potranno anche non incontrare per giorni. In architettura questo vuol dire che in realtà ciò che conta dell’architettura non è l’architettura stessa ma la sua capacità di essere parte dello spazio a cui appartiene. Quindi un uomo che si muove in uno spazio oggettivo definisce in maniera diversa lo spazio e fa architettura.

In altri termini l’economia è influenzata dalla condizione ecologica della società, l’architettura determina lo spazio ecologico in cui vive l’uomo è quindi l’economia. In altri termini in architettura se consideriamo un chilo di piombo e un chilo di paglia non pesano alla stessa maniera. Il loro peso è equivalente solo se si considera un tempo breve e uno spazio ridotto se lo spazio si dilata cambia il senso delle azioni e la stessa forma può ricevere molte più azioni in funzione dei diversi punti di vista e delle diverse interrelazioni che si vanno a determinare.

Quindi diventa fondamentale nell’architettura del reale il punto di vista che non può essere come nella nostra società caratterizzata dal pensiero apparentemente debole trasformato in pensiero fluido (esiste un fascismo del pensiero fluido che nelle dinamiche contrattuali spinge il pensiero fluido sempre nella direzione della parte forte della società, oggi vediamo come fenomeni fluidi lasciati degenerare abbiano portato fuori l’ISIS dal mondo mussulmano per esempio), va posto in essere e in uno stesso piano un giudizio che esprime la composizione della realtà in una forma che la fa riconoscere nelle sue caratteristiche e nel giudizio dell’individuo collettivo che progetta quel luogo.

La condizione che determina la capacità di influenzare i sistemi umani è compresa in un affermazione basilare. Tutto ciò che determina lo spazio di azione dell’uomo è la sua vita, sia essa reale e concreta sia basata su azioni in fieri o teoriche non misurabili, su interrelazioni reali e sociali è habitat naturale ed è la relazione con l’habitat ed i suoi mutamenti che determina i cambiamenti di stato dell’uomo sia che ne affermi la condizione ecologica di essere biologico sia la sua condizione sociale ed economica.

Quindi l’architettura del reale è un fenomeno che ha come base fondante l’azione dell’architettura più che il suo risultato estetico, un azione di tipo politico in senso largo (sociale, culturale, religioso, militare) per cui architettura del reale riusa, reinterpreta, si incastra, moltiplica, disvela lo spazio e il manufatto e il tempo come base costitutiva della realtà sociale, ripropone lo spazio urbano inteso come spazio ecologico in cui si muovono gli uomini.

Per questo preferisco parlare di l’individuo collettivo come base del realismo, individuo collettivo inteso come essere umano il cui scopo individuale è la costruzione e l’affermazione dell’individualità in un processo di sviluppo della società. L’affermazione del diritto dell’uomo di appartenere ad uno stato, identificato come il luogo della sua esistenza (somma di luoghi reali) nel quale lo stesso individuo collettivo determina e costruisce lo spazio di azione nella società. Si tratta di rimettere in azione la democrazia partendo dalla condizione naturale dell’uomo come produttore di azioni compiute e personali ma che hanno valore solo se si riferiscono ad un azione collettiva e interazionale.

Quindi l’architettura del reale può anche essere definita come l’occasione che riguardando un luogo e leggendone e interpretandone la stratificazione anche morale innesca fenomeni di sviluppo sociale e riconquista lo spazio come elemento generatore di un processo. E’ un Architettura in fieri che fa rinascere e ripensa i luoghi a partire da un azione individuale (anche se l’azione individuale è creata da un gruppo). Un azione che in architettura riporta il linguaggio all’essenza, abbandonando le sofisticazioni degli ultimi anni, utilizzando la tecnologia come forma e contenuto nello stesso momento.

Per questa ragione tutta l’architettura che produco, ricorda qualcosa che fa parte della mia memoria, anche di anni molto antichi, e che finisce per essere un’architettura che realizzo con materiali che sono già pensati nella loro evoluzione e morte. Oggetti che sono preinvecchiati e destinati a morire. Il sistema realista ha prodotto innumerevoli movimenti che Prestilenza Puglisi definisce Radical chic puerili questi sono soprattutto i movimenti occidentali come quelli che si sono persi in inutili e sterili discussioni e sono confluiti nella logica dell’uno vale uno che equivale alla logica del “tutti gli animali sono uguali alcuni animali sono più uguali degli altri” di Orwell (movimenti politici come i 5 stelle i pirates, gli indignados), di origine borghese che vivono crisi profonde economiche ed emotive che portano la loro crisi culturale e di volontà sociale nelle loro proposte.

Queste tipologie di azioni hanno prodotto spesso architettura banali (come le loro proposte politiche), le innumerevoli progettazioni dozzinali di varie organizzazioni, gli orti urbani diffusi nelle periferie che spesso sono piantumazioni non organizzate inserite a casaccio, le varie feste per ripulire le spiagge, tutte operazioni della buona domenica, spesso (Prestilenza ha ragione) di stampo autoritario per la loro volontà di imposizione dall’alto (sono gruppi selezionati che cercano di educare gli altri alla loro cultura della salvaguardia senza riuscirci).

Il concetto è che queste tipologie di azioni collettive non ammettono mai il contraddittorio e quindi sono fenomeni di disgregazione sociale (io ho ragione e tu hai torto), questo concetto ha influenza sul consenso in politica (spesso dato a personaggi che esprimono questo linguaggio), determina fenomeni di deriva autoritaria dal basso (non di democrazia diretta dal basso come si vuol far credere), di astrazione dalla realtà (sembra a volte di ritrovarsi nel caro film di Woody Allen (il dittatore ecc.) durante il discorso dell’ex rivoluzionario che vuole fare mettere la biancheria intima sopra i vestiti), portano alla costruzione di modelli architettonici e di vita urbana in cui gruppi di intellettuali più o meno ricchi e che fanno parte di caste culturali snob decidono una strategia sulla base di una ragionevole capacità di essere parte del sistema che contestano.

Ma esistono anche fenomeni diametralmente opposti nelle loro prospettive (soprattutto del mondo più dinamico) come Moving city in Cina o i Janaagraha (global impact award 2013 India) un organizzazione fondata nel 2001 da Ramesh Ramanathan e Swati Ramanathan che ha come scopo la valutazione degli effetti dei progetti di sviluppo governativo e si occupa di “questioni relative alla governance urbana, alla partecipazione dei cittadini e alla democrazia. Cerca di portare lo spazio urbano al centro delle questioni indiane, non solo nella pianificazione, ma anche nelle questioni legate all’ambiente, governance creazione di infrastrutture, fornitura di servizi, riduzione della povertà e riorganizzazione urbana”, o altre ONG che partendo dall’analisi sociale lavorano sulla relazione con la politica ufficiale realizzando un sistema di confronto che ha come fine lo sviluppo di sistemi economici più equilibrati, o la costruzione di modelli di architettura di grande qualità sociale e a basso costo, azioni come quelle che portano avanti gruppi affermati come i Tyen Tegnestudue Norvegesi.

La loro differenza sta nella capacità di fare parte e interagire in un sistema più ampio, ripartire dal concetto non di partecipazione ma dalla capacità di trasformare la partecipazione ad un movimento in azione individuale collettiva, accettare di sottostare ad un giudizio che viene dato dalla parte che si è portati a giudicare (questi movimenti indiani si danno criteri di valutazione oggettivi che determinano anche la qualità della loro azione e poi subiscono i giudizi degli enti pubblici se le loro azioni non sono congrue se per esempio non hanno ottenuto quanto previsto).

Sono modelli, i secondi, molto più evoluti rappresentano un nuovo sviluppo e stanno portando ad un miglioramento della qualità della vita e delle economie dei paesi dove intervengono anche in termini di PIL (in effetti esiste una diretta relazione tra la crescita e lo sviluppo del fenomeno realista e l’affermazione economica di questi paesi, poiché il realismo afferma un estensione dei processi di vita vissuta e permette in spazi brevi maggiori scambi economici di vicinato rispetto a fenomeni lenti di processi economici globali). Si può affermare infatti che tutto ciò che determina una diversa geometria organizzativa dello spazio e della società che vi vive è anche capace di determinare un diverso valore del denaro perché ne costruisce un diverso habitat. Ritorniamo all’affermazione di prima che un chilo di piombo e un chilo di paglia non pesano alla stessa maniera in architettura.

Anche le rivoluzioni della primavera araba sono un fenomeno di tipo architettonico (erano cosi analizzati nel numero della rivista di Bezaleel) per la loro capacità di smontare e ridare rapidamente un nuovo valore agli spazi pubblici come strumento di aggregazione sociale. Hanno svolto il ruolo di rimettere in campo l’azione collettiva come forma di sviluppo (chiaramente con il rischio di una possibile affermazione degli estremismi). La velocità con cui una rivoluzione riesce a dare un nuovo assetto al territorio semplicemente spingendo le persone a riusare lo spazio secondo una nuova forma ne costituisce la forza reale propulsiva.

Ecco il realismo basa il suo successo, il perdersi nelle sconfitte date dal potere e nel ritornare sempre in nuove forme (come è sempre avvenuto nella storia per cui non si dovrebbe parlare di realismo ma di realismi), per la sua capacità di essere costruito attorno all’azione dell’uomo, avvicinarsi alla sua vita e alle sue emozioni. In effetti l’architettura realistica come l’arte basa la sua forza e qualità estetica sull’azione dell’uomo e su ciò che si forma attorno all’uomo. Sul punto di vista nell’immergersi nel punto di vista e nel trasmetterlo all’azione collettiva, In un epoca di neoclassismo imperante diventa una soluzione energica al vuoto che l’accodarsi della massa produce. Non mostra i muscoli ma la debolezza della natura umana e il senso ultimo delle cose che passano.

L’architettura del reale, è la tesi, coinvolge sempre più la cultura sociale, economica ed ecologica e prende spunto dall’esistente, dagli oggetti reali, per realizzare forme che li interpretano e li lavorano, che li mettono in evidenza come in uno schermo temporale dinamico. L’architettura del reale è parte di un processo che tende a ridurre la complessità formale, che ha perso il senso della forma che segue la funzione dei razionalisti. La forma è sommatoria delle azioni che sono avvenute e che avverranno e proprio il passare del tempo renderà reale l’azione generata perché la trasmetterà ai luoghi e alle persone.

Nell’architettura del reale la forma non segue nulla, la forma è il significato cioè la funzione, la forma e la tecnologia e la sua somma è l’estetica dell’architettura. Non esiste la distanza classica ma la sintesi tra i valori dell’architettura, è un ritorno ai valori simbolici e sociali che si erano determinati a partire dagli anni 20’, un nuovo razionalismo architettonico.

Ciò che sempre più determinerà le nuove economie globali sarà la condizione sociale dell’uomo. Oggi occorre affermare che non esiste e non può più esistere una società democratica se non nella consapevolezza che i normali processi di vita vissuta hanno e dovranno sempre più avere lo stesso valore monetario dell’economia delle banche in quanto capaci di determinare una diversa geometria e uso dello spazio sono anche capaci di determinare modelli di crescita dei meccanismi di moltiplicazione del valore del denaro. Siamo di fronte ad un processo che possiamo definire mondializzazione dove i processi di sviluppo sociale in atto stanno mettendo in crisi le aree finanziarie occidentali. Quindi il valore dell’architettura del reale è ridare un nuovo senso ad un architettura che ripropone una memoria storica collettiva, una piazza diventa un luogo sociale collettivo che contiene la memoria delle azioni politiche.

 

GLI STRUMENTI CHE SOPRATTUTTO USA L’ARCHITETTURA DEL REALE

Il tempo, (l’Architettura del reale considera il tempo come somma di tempi che hanno determinato la realtà dei luoghi), per cui l’architettura del reale definisce i diversi punti di vista dell’azione perché non presenta un prospetto lineare ma l’architettura si legge girando attorno e dilatando il tempo dell’azione. La velocità dell’azione e della sua capacità di trasformarsi rapidamente producendo fenomeni che si sovrappongono e dilatano gli effetti dell’azione “Gli street artist come fenomeno di azione istantanea e il suo sviluppo (il progetto di una favellas Brasiliana che si riscatta attraverso l’uso del colore)”;

La costruzione di uno specchio astratto dove eventi temporali distanti si concentrano in un unico istante svelando la differenza rispetto agli eventi che raccontano, il concetto riguarda la la riconquista dello spirito dei luoghi;

La ripetizione ossessiva di un oggetto; che può essere una forma arcaica dell’architettura o un rifiuto, individuato come sistema ossessivo (alcune architetture di (Ashizawa) o di Tyen Tegnestudue) o il concetto della comunità, ripetizione ossessiva che evidenzia la condizione dell’uomo;

La rarefazione della struttura e della forma per disvelarne la natura astratta (Ishigami);

L’uso di forme biologiche come processo di formazione di una nuova immagine dei luoghi (Marco Casagrande, Lucy Gautland);

L’uso di oggetti come forme astratte stranianti nel paesaggio urbano e rurale e il bisogno di raccontare il rapporto con una terra madre conquistata (Tanya Preminger);

La ridefinizione del valore e del senso degli oggetti attraverso una riproposizione astratta (La riproposizione delle case di appuntamenti come vetrine nella casa del Belgio);

L’azione sociale per la riappropriazione di aree degradate il cui esempio più noto al mondo è quello dell’ High line di New York;

Il recupero della tradizione culturale regionale per la costruzione di un nuovo linguaggio (Sanjai Puri India); Paesaggi astratti che vanno riempiti con l’azione dell’uomo (Else Verbakel Israel); Le performance come azioni concrete sul territorio (con chiari riferimenti alla cultura pop degli anni 60); La tecnologia non come processo di costruzione di architettura, ma come elemento dell’architettura e nella sua sommatoria architettura strumento sia di costruzione sia fine ultimo (opera d’arte come tecnologia dell’opera d’arte);

Sono parte di questo mondo tutti quegli architetti che discostatisi dalla tradizione delle archistar utilizzano l’architettura storica (anche la memoria di oggetti diventati parte della cultura degli stati economicamente disagiati della società) Ma le azioni individuali sono continue e questo porta ad affermare che esiste un identità continua dei luoghi che si rinnova che si sviluppa nel tempo. Si tratta quindi di un architettura cagionevole di salute, si afferma nel momento in cui si trasforma;

Per creare un architettura non tradizionale che ha memoria nella tradizione anche se questa non è legata alla costruzione architettonica cosi diventa reale un vecchio panno steso trasformato in architettura, un vecchio secchio, un paniere calato dal cielo.

Il recupero di una tradizione culturale che in Italia può avvenire ripartendo da modelli di riferimento (credo ci si possa ancora riferire ad Aldo Rossi) un modello che faceva dell’identità del proprio linguaggio architettonico il nucleo del proprio pensiero. Il rinnovamento di un pensiero pop ha la possibilità di portare in luce un nuovo realismo pop. Generando un meccanismo di rinnovamento a partire dalla tradizione artigianale e dai resti di una memoria che ha fatto grande l’Italia ma che oggi viene snobbata e sostituita da comodi riferimenti internazionali.

Quello che voglio dire è che qualsiasi rinnovamento deve ormai passare dal recupero di una identità di nazione, cosi come da li passa la crescita e lo sviluppo e per far questo bisogna decostruire questa sorta di mancanza di identità che parte dall’accettazione di modelli e comportamenti neutri o fluidi, dove la non scelta di una direzione crea confusione sul peso e la misura delle cose.

 

IN UNA SECONDA PARTE DELLA MIA RELAZIONE PARLERÒ DEI MIEI PROGETTI REALISTI

Presenterò il progetto del parco della memoria, di un centro fisioterapico progettato per Carini per varie associazioni tra cui associazione terre di memoria onlus e ecologia umana onlus, di un parco e di un monumento a Capaci, del waterfront di Durres (Albania), di un progetto urbano per Palermo, delle costruzioni in fila per le case galleggianti in Albania e Cuba;

Il progetto del centro fisioterapico si genera dal bisogno di utilizzare strutture facilmente smontabili e componibili in diverse forme. Proprio la possibilità di ripetere ad oltranza la stessa struttura per generare forme differenti da forza al progetto. La sua realtà è data dalla forma che è prodotta dalla giustapposizione di elementi che mostrano la loro natura di elementi che può costruire in varie forme, come in un domino. La forma che ho generato è quella di un pesce spiaggiato che al suo interno contiene un nucleo verde ecologico che produce energia per differenza di temperatura.

Il parco della memoria è un progetto che parte dalla necessità della memoria di una strage dimenticata per costruire una nuova identità dei luoghi. Nel progetto come spiegavamo in un’intervista così come accade, in tutta l’architettura che progetto il messaggio non è guardate il mondo come è orribile, no piuttosto guardate il fascino dell’orribile del mondo, la sua capacità di mescolarsi alla normalità. Se guardate la bellezza del paesaggio questa vi sembrerà normale e bella se invece la osserverete con attenzione vi accorgerete che all’interno della bellezza c’è la normalità del dolore. Se tu in un posto concentri l’odore del mare, il verde che raccoglie la terra, i grilli, il silenzio della notte e la solitudine che una parete lontana dà a chi arriva dal mare, ti accorgi che il dolore ti isola ma ti mette dentro una pace interiore che sembra a volte compensare la morte e la povertà.

In questo non c’è assoluzione ma il senso della vittoria della normalità della tragedia rispetto alla tragedia stessa e al suo dolore. Qualcosa che ci fa accettare la morte e nel degrado attuale di questo paese ci fa accettare lo stesso degrado perché ne puoi vedere sempre la bellezza.

Il monumento a Cinisi era dedicato da una figlia alla memoria di una tragedia (dai lati oscuri) in cui era morto il padre che non aveva conosciuto, questo è il senso di una mano che scava la terra e che appare incastrata a metà nelle rocce sulla spiaggia, è il messaggio che vuole sentirsi lasciare una figlia dal padre. Il padre vuole avere qualcosa, sposta una mano in alto, ma sembra emergere dal mare o affondare, vuole essere un messaggio complessivo a guardare il senso della morte come trasmissione, il valore di un dolore inspiegabile dato dalla perdita di chi ha trasmesso la propria vita.

Il progetto per il Waterfront di Durres nasceva dalla volontà di ripetere un sistema di collegamento ai margini già studiato per il progetto vincitore del concorso per il Waterfront di Palermo, un intervento continuo e aperto che si lega alla città con dentelli funzionali e la cui forma continua di circa 3 km. Era l’occasione per creare una città lineare astratta che si trasformava lungo l’asse e viveva di momenti diversi rigenerandosi e creando aree per lo sviluppo di attività diverse e un sistema di città nomade attorno alle piattaforme a mare. Riproponeva alcune delle idee già proposte molti anni prima nel 2004 in occasione del progetto del waterfront di Palermo, l’oggetto architettonico che generava lo spazio lineare era un albero lungo 3 km che ripetendo una forma astratta 35 volte (un tubo le cui strutture si piegavano all’interno come spinte da una forza centrifuga) raccontava di una linea infinita che raccoglieva nell’abbraccio continuo di un albero infinito, una sequenza ossessiva di A nello spazio, il confine di una città.

L’oggetto era pensato come unico e realizzato sommando elementi tecnologici e naturali, creando una nuova forma e una nuova natura di architettura per il confine urbano, dare forma all’espansione della natura per ragionare su una natura che piegandosi prende velocità e si muove rapidamente in uno spazio dilatando lo stesso. Per questo faccio vedere un immagine di cose singole, sono proprio queste cose singole che componendosi crenao una forma continua.

Il progetto urbano era un occasione per intervenire nella città storica utilizzando la forza dirompente degli street artist, e delle performance, per creare una nuova porta urbana che diventava l’azione di partenza dello sviluppo dell’azione di rilancio del centro storico, dove la città era un grande quadro un cartellone pubblicitario in cui gli uomini venivano sommersi e diventavano parte del quadro la parte mobile, stendevo una tela e le persone che ci camminavano la dipingevano con loro stessi.

 

 


 

INTERVISTA SU ARCHIMAGAZINE MARZO-APRILE 2011 

 

Qual è il valore di questo progetto?

In questo momento in cui la mafia è cosi forte anche economicamente, col disinteresse generale della società che cerca quasi di dimenticare come se volesse superare una contrapposizione tra stato, società civile e mafie che sembrano diventare parte di uno stesso equilibrio sociale, non ci sorprenderebbe l’affermazione di un valore e di una chiara opinione: per questo motivo il progetto cerca di essere iperrealista. Il senso del progetto è proprio il volere costruire una contrapposizione tra un modello tranquillizzante, anche di una certa antimafia, e il non volere fare ancora dopo decenni i conti con la coscienza e complicità sclerotizzate da anni. Proprio la nettezza di un oggetto che patenta la tragedia e il senso di un quasi non voler vedere significa forzare le persone a riflettersi in uno “specchio incassato nella natura” dove il passaggio del tempo non ha mai completamente riuscito a cancellare la tragedia che rimane permanente. Avere accettato questo ha significato un impoverimento generale della nostra società, mancata crescita culturale ed economica. L’avere rimosso la memoria di questi avvenimenti, rendendoci complici di chi ha avallato questa rimozione è la maggiore responsabilità di tutti i siciliani nei confronti di loro stessi. È il motivo basilare a cui è riconducibile per varie vie la mancata crescita della nostra società.

Cosa intendete per mancata crescita?

La crescita del potere economico della mafia nasce dal fatto che non esiste una coscienza del valore del lavoro. Pio la Torre non si interessò solo della legge che porta il suo nome ma lavorava per una crescita complessiva che si basava sulla cultura del lavoro. Oggi ci sono tanti rottamatori poveri ed epidermici nelle loro proposte culturali e politiche che sembrano piuttosto uomini molto più amanti del potere che non hanno una cultura complessiva tale da affrontare il problema da vari punti di vista per provare a risolverlo. Noi non vogliamo attaccare Totò Riina col progetto ma piuttosto una certa cultura, per cosi dire cultura politica, che si maschera dietro formule accattivanti, politically correct, che non vede come unica possibile sconfitta del sistema mafioso e borghese, complice e fruitore dei servizi, la crescita del valore del lavoro e della cultura come sistema di sviluppo economico e base per la rifondazione del paese. Il realismo oggi è l’unica possibilità per la svolta di una società pigra e indolente: bisogna ricominciare a colpire la coscienza della società italiana con cazzotti di realtà.

Quindi è per questo che il progetto è cosi realista?

Spesso su questi temi si lavora su modelli retorici e tranquillizzanti, evocativi, mentre noi cerchiamo di dire che la società in questo paese ha assorbito il modello mafioso così come le ferite. Non ci emozionano le marce di protesta quando in realtà poi c’è una forte parte della società per legami parentali o culturali che sostiene economicamente e moralmente il sistema mafioso o che comunque si muove in maniera molto politica gestendo in maniera utilitaria il problema, senza cioè che questo abbia ricadute morali significative per la propria parte. Noi auspichiamo che il progetto non trovi opposizioni perché questa è una società che vuole combattere la mafia delle coppole ma, non vuole una nuova presa di coscienza per iniziare un processo di recupero della qualità del paese. Dire come dice il nostro progetto che “costoro non vedono le ferite inferte nelle nostre vite perché sono diventati segni nel paesaggio e assomigliano alle montagne” è più forte che dire “in fondo i mafiosi sono brutti sporchi e cattivi”. Nel secondo caso si esprime un modello razzista e facile da accettare quando ormai sappiamo che i mafiosi sono laureati manager affermati.

Qualcuno pensa che nel vostro progetto sembra non esserci una “prospettiva di speranza”?

In realtà non ce ne è nessuna, è incredibile immaginare una prospettiva di speranza in una regione dove l’occupazione media è del 25% e di questa circa il 40% è precaria. In realtà come queste, ad una mafia economicamente imperante si oppone sempre una cosiddetta antimafia le cui figure di solito sono “pallide” e poco qualificate sul piano culturale, prive di identità. Noi abbiamo voluto mettere in scena senza filtri la brutale normalità del paesaggio, lo spazio della tragedia e la sua forma come parte dell’immagine consolidata dei luoghi, difesa e mostrata nei suoi colori. Abbiamo voluto rappresentare tutto ciò che è interiore, strutturato, irredimibile nella nostra coscienza. “Un abitudine alla tragedia”, una anormalità che dovremmo imparare nuovamente a conoscere perché ormai nascosta proprio dal nostro senso della normalità. Per esempio: per noi è normale che, chi oggi teoricamente fa parte dell’antimafia, sia figlio di chi con la mafia trattava pagando il pizzo e che non ci sia stato in questo passaggio nessun processo interiore di presa di coscienza e di autodenuncia. Ad esempio quando Adolf Hitler cominciò ad uccidere gli ebrei lo fece perché la società era pronta ad accettare il genocidio come atto di normalità, cosi la nostra società accetta oggi come parte della nostra normalità ciò che dovrebbe essere inaccettabile. Tutto ciò avviene per generazioni: i figli di quella borghesia corrotta oggi hanno ruoli significativi e chi chiedeva di chiudere nei lager i magistrati 20 anni fa oggi è stato pagato bene… Per questo col nostro progetto vogliamo gridare “la normalità del paesaggio”, ciò che già aveva detto Tomasi di Lampedusa: “é la bellezza del paesaggio siciliano che impedisce alle persone di vedere la tragedia in atto.”

Il vostro progetto è “silenzioso”?

Cerca l’esaltazione del silenzio del paesaggio rovente e della sua evocazione con materiali corrosi dai rossi sporchi e dai bruni profondi che sono il carattere stesso di questa terra ricca di ferro . Chi ha visto Sicilia sa che il paesaggio è “silenzioso” anche ciò che accade di più terribile viene ovattato dal rumore dei grilli. Il mare trasmette l’odore del silenzio. La Sicilia è un paese in cui riesci a essere solo dovunque. Rimane la terra e lo spazio, è la condizione delle isole che accolgono i naviganti. Noi abbiamo voluto concentrare in questo posto l’odore del mare, il verde che raccoglie la terra, i grilli, il silenzio della notte e la solitudine che una parete lontana dà a chi arriva dal mare, una pace interiore che sembra a volte compensare la morte e la povertà. In questo non c’è alcuna banale speranza c’è solo la presa di coscienza di una realtà bella ma anche dura. Immaginare, quindi, un mondo roseo e irreale attraverso candide retoriche pensiamo non serva a nulla; guardare, invece, senza false speranze la brutalità di questa realtà di cui facciamo parte porterebbe certamente ad una presa di coscienza prima individuale poi collettiva che allora sì cambierebbe le cose.

Concludendo: tutto sarà realizzato?

Proporremo un lavoro che cercherà di conservare il senso del progetto iniziale, già il cantiere è iniziato in una prima fase e con la nostra consulenza dal comune nel rispetto massimo della sagoma del progetto. Il nostro impegno è di dare un valore sociale a questo luogo che imporrà, speriamo, un invito a riflettere e a prendere coscienza di ciò che di corrotto ha dentro ognuno di noi.

 

 


 

« PERCHÈ SANJAI PURI PUÒ VINCERE IL PRITZKER PRIZE »

Pubblicato su ArchiTexts Association il 30 ottobre 2012  

 

La recente vittoria di Abin Chaudhuri (un architetto di 38 anni di India) al “mondo del colore Awards” a Dusseldorf, in Germania, molti riconoscimenti conferiti a Sanjai Puri, dimostrano che vi è ora una nuova generazione di architetti indiani che è pronta ad insegnare al mondo (la cultura più avanzata e gli intellettuali occidentali cominciarono a riconoscerlo), proponendo il loro lavoro non come un ibrido tra l’architettura del ricco Occidente e quella tradizionale indiana, ma come un nuovo modello di comportamento etico nella progettazione. Un’architettura dove tutto cio, che la cultura occidentale dominante ha sponsorizzato come un valore, forma e spazio di architettura come ricerca delle dinamiche emotive massime è svuotata del suo linguaggio troppo iper tecnologico e, in ultima analisi, ripetitivo nella necessità di ritrovare un linguaggio che parla di un mondo in cui si riscontrano valori sociali fondamentali.

Come detto dobbiamo parlare di architettura indiana come l’evento che sconvolgerà i valori e il senso dell’architettura mondiale. Questa è l’architettura che sta inventando una propria identità. Architettura che ha uno spirito, una visione di ciò che vuole essere un uomo indiano. Niente più forme che si muovono nello spazio e sono manifesti di se stessi, architetture non più alla ricerca di un accattivante linguaggio globale, ma un’architettura, quella dell’India, che ha la capacità di raccontare la forza di un linguaggio che nessun mondo dell’architettura ha pensato fuori e che identificano quel paese.

Ecco l’architettura indiana di Sanjai Puri e altri sta inventando un proprio alfabeto dello spirito delle cose, che non è determinato con fronzoli e carezze, con condimenti di materiali e spazi dai costi eccessivi, ma con la possibilità di fare geometria dinamica e espansione con la qualità della tecnologia, che rivela nel suo continuum di strutture che si muovono in direzioni diverse una propria identità. Un’architettura dove l’edificio sembra essersi fermato con la forza delle pareti che si ripetono e continuo sottile, ma nella loro somma diventa la rappresentazione di una società dinamica. Ecco l’architettura di Sanjai Puri vuole essere dinamica come la società indiana è dinamica.

Si ha la precisa impressione della piena consapevolezza della capacità dell’architettura indiana contemporanea (e quella di Sanjai Puri in particolare) di essere andata al di là del concetto di forma che determina la struttura di molti architettura globale e lo hanno sostituito con il concetto di struttura della materia che rivela il linguaggio della forma. Un’architettura che basa pesantemente l’architettura nella tecnologia, perché la tecnologia ci permette di esprimere la lingua e rappresentare concetti. Un architettura colte e intellettuale in cui il linguaggio architettonico è usato per descrivere la condizione di una tradizione che ha subito una mutazione genetica della sua vita con l’incontro con la modernità, ma che per l’uomo, resta immutabile nella sua capacità di affermare i suoi valori.

Quello che si nota nell’architettura di Sanjai Puri è il senso di uguaglianza sociale che esprime, i tubi dell’ufficio 63 rappresentano, nella loro lingua ossessiva, una società in cui ognuno ha uno spazio equivalente a quello degli altri, ma che la separazione nella ripetizione, trova la sua posizione individuale. Questa architettura rappresenta una società collettiva di individui. Giusto per spiegare la sua capacità di raccontare l’uomo e la sua mutazione sociale bisogna guardare a progetti come il centro culturale per la società arti di Bombay, dove ciò che ci emoziona non è più la qualità di plastica di un van Berkel o Neil Denari, ma la capacità della struttura in cemento armato di piegarsi e raccontare l’identità di un nuovo uomo. Ciò che viene fuori è un architettura scultura di una nuova tradizione moderna indiana che, anche se assomiglia a un vecchio scultura in pietra, l’architettura è una scultura in cui agli occhi dell’uomo è stato sostituito da un grande schermo di vetro. Si tratta di un uomo seduto, che ha sostituito la loro religione, rigoroso e mistica, una nuova religione che si esprime con una identità proiettata verso la modernità, l’immagine che viene prodotta piegando la struttura, rendendola autoportante e leggero ma forte nella sua plastica dinamismo.

Penso ancora che progetti come Rustomjee SCUOLA dove la struttura tecnologica serve a far risaltare l’architettura come un grande alveare in cui l’uomo vive felicemente in spazi sociali che sorgono all’interno di esso, un’immagine che si ripete e si può ripetere all ‘infinito perché si moltiplica e cresce come cresce la società indiana. Architettura urbana senza fine dove si sa dove si vive ed è ovvio che siete parte di una comunità di eguali.

Per i motivi descritti alcuni degli architetti indiani si stanno affermando sempre di più, perché non scimmiottano la maggior parte dei modelli della cultura occidentale, piuttosto identificano se stessi e la loro cultura, parlano una lingua etica, raccontano un mondo di mausolei rivisto come templi di luce, punteggiati da finestre a nastro, e sculture di uomini che pensano in silenzio, case progettate come alveari, opere di architettura in cui l’ordine di Tadao Ando si piega e si apre al paesaggio come nella cappela di Murcia. Questo articolo è intitolato: “Perché si Sanjai Puri vincere il Premio Pritzker”, perché vuole affermare la conquista finale della cultura del mondo contemporaneo. Per tutti gli architetti indiani fino ad ora, sembra chiaro che Sanjai Puri è colui che indica più fortemente la strada per un’architettura che autoctona che pensi alla qualità dei valori dell’India.

 


 

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